Il ruggito del nipote

di Antonio Moscato (da Movimento Operaio)

Enrico Letta, che è a capo del governo per le stesse ragioni per cui è vicepresidente Alfano (sono mediocrità che non fanno ombra a nessuno nel loro partito), in realtà eccelle in quella che una volta era considerata una virtù tipicamente democristiana, e che si è poi diffusa in ogni angolo del parlamento: confondere le acque e annunciare solennemente il nulla.

Esempio ultimo, il proclama contro l’evasione fatto nel covo dei protettori della grande evasione e persecutori di quella piccolissima, cioè di chi ha sbagliato o ritardato di poco un versamento: l’Agenzia delle Entrate. Perfino la Stampa e il Messaggero, organi zelantemente governativi, hanno riferito ironicamente sulla vicenda.

Su “la Stampa”, dopo il titolo non certo ultimatista (“Chi ha i soldi all’estero farebbe bene a riportarli”, virgolettato dal quotidiano), il testo parla di una minaccia vera, “di quelle toste”. Chissà se Letta riuscirà a realizzarla, si domanda il giornalista…

Ma il Direttore generale Befera risponde in perfetto burocratese che le minacce agli evasori si sono già concretizzate, tanto che questo spiegherebbe l’ostilità verso Equitalia: sarebbe dovuta “all’efficientamento (sic!) dell’ultimo tassello della filiera fiscale”.

Eppure gli stessi giornali hanno dovuto ammettere che solo una parte degli evasori è stata intercettata, e soprattutto che solo una minima parte di essi – dopo essere stati scoperti – hanno pagato il dovuto. Dopo aver annunciato più volte, per esigenze propagandistiche, l’aumento delle evasioni rintracciate fino alla bella cifra di 807 miliardi scoperti dal 2000 al 2012, l’Agenzia delle Entrate ha dichiarato che di questi solo 69 miliardi sono entrati nelle casse dello Stato. Degli altri, circa 107 miliardi sono stati dichiarati inesigibili perché nel frattempo il contribuente è fallito. Possono essere bancarotte fraudolente? È molto probabile, ma non se ne parla, si danno semplicemente per persi quei miliardi, come di fatto sono persi i 545 miliardi rintracciati ma bloccati da carte bollate e rinviati alle calende greche. Vedi caso, l’80% di questi evasori sono iscritti a ruolo per somme superiori (a volte di molto) ai 500.000 euro. Si tratta dunque di mancati contribuenti che possono spendere somme significative in avvocati e commercialisti capaci di trovare cavilli, mentre quelli che hanno pagato puntualmente una volta identificati, dovevano in genere somme modeste che non rendevano conveniente il ricorso alle vie legali.

In realtà il meccanismo è ancora più semplice. Faccio un esempio significativo. Diversi imprenditori marchigiani tra cui i Guzzini di Recanati e i Berloni di Pesaro, sono stati scoperti (casualmente) dalla Guardia di Finanza nel quadro di un’inchiesta su una associazione a delinquere specializzata in riciclaggio, con base a Roma, che organizzava il passaggio di somme ingenti attraverso diversi paradisi fiscali, prima di far concludere il viaggio nelle banche di San Marino. Gli evasori, casualmente identificati ai margini dell’inchiesta, sono circa 1.500, tra cui artisti come Zucchero, manager di campioni sportivi come il padre di Valentino Rossi, ma soprattutto un gran numero di imprenditori che nel frattempo avevano messo in Cassa Integrazione a zero ore (a carico nostro…) una parte dei “loro” lavoratori, dichiarando la crisi dell’azienda. La notizia era trapelata già da un anno, senza conseguenze, e minimizzata dai giornali locali della costa adriatica come il Resto del Carlino o il Corriere Adriatico, e quindi praticamente “ignorata” dai sindacati confederali anche durante le vertenze nei confronti di alcuni di questi capitalisti. Ma dato che la notizia riaffiora periodicamente, quando si deve vantare qualche successo, è venuto fuori che la mancanza di conseguenze sui “prenditori” evasori è dovuta soprattutto al fatto che si sono dichiarati quasi tutti “parti lese”, perché i capitali fatti fuggire sono stati momentaneamente bloccati. Sono stati danneggiati dalla scoperta del loro misfatto…

Ma non è finita qui. Nel frattempo è esplosa anche la crisi della Banca Marche, analoga e strettamente intrecciata con la crisi del Monte dei Paschi di Siena. Il presidente della regione Gian Mario Spacca (centro sinistra) ha cercato di fronteggiarla convocando una riunione di un centinaio di imprenditori locali, a cui hachiesto di mettersi una mano sul cuore e una sul portafoglio e di tassarsi per salvare la Banca delle Marche. Una scena surreale, kafkiana, ha commentato uno dei convocati. Accanto a Spacca c’era il nuovo presidente dell’istituto di credito, Rainer Masera, nominato appena il 9 luglio scorso su indicazione (pare) della Banca d’Italia. Masera, una prestigiosa carriera alle spalle, da Bankitalia all’Imi, ministro del Bilancio nel governo Dini (1995), ha fatto coro con Spacca inneggiando alla “marchigianità” della banca. Ma quello che è scandaloso è che l’elenco dei capitalisti mobilitati per il salvataggio (non ancora andato in porto, peraltro) coincideva in buona parte con quello degli evasori scoperti a San Marino…

Torniamo all’incontro di Letta con i dirigenti dell’Agenzia delle Entrate: nelle conclusioni il premier ha sostenuto che solo recentemente si sarebbe abbandonato un certo lassismo, e che ora il mutato clima internazionale consente una più efficace lotta all’evasione, con la collaborazione della stessa Svizzera. Pura fantasia. Ovviamente Letta non ha il coraggio, non può e non vuole dire, che la responsabilità maggiore è del grande evasore che ha governato a lungo l’Italia negli ultimi due decenni, e la governa tuttora condizionando ogni giorno l’operato del governo, con la benedizione di Napolitano, e l’impegno tenace di Letta e soci a considerare questo governo l’unico possibile. Per giunta la tendenza a spostarecapitali verso paesi che offrono condizioni più favorevoli si riscontra in tutti i paesi, senza eccezioni. Per queste ragioni è da ciarlatani promettere di risolvere problemi di ogni genere facendo conto sul gettito assicurato dalla lotta all’evasione, affidata com’è a metodi sperimentati come inefficaci e a un apparato statale sempre forte con i deboli e servile con i potenti.

PS Che sorprese riserva il PD! Dopo l’ipocrisia di Letta, ecco la sincerità del “sinistro Stefano Fassina, che sostiene tranquillamente che l’evasione può essere necessaria per la sopravvivenza. Evidentemente la convivenza nello stesso ministero con i PDL ha spinto il viceministro dell’Economia ad assimilarne le idee e a manifestarle senza timore. Di bene in meglio…

(a.m.25/7/13)

Genova, il paradosso è che nulla è come allora

genovadi Checchino Antonini (da Popoff)

Il paradosso è che quella pistolettata che ha ammazzato Carlo ha generato più vita di quella che ‘è rubata, oltre al dolore irrimediabile di un omicidio e all’ingiustizia di un processo negato. E’ la vita che torna a respirare ogni 20 di luglio in piazza Alimonda, che rimette gli striscioni sulla ringhiera della chiesa e fa suonare la gente dal palco, che fa tornare i “reduci”, che li fa abbracciare, piangere, ridere e indignarsi. C’era chi ci doveva stare anche stavolta, la dodicesima da quel 2001. Mancava don Gallo ma le sue parole sono risuonate dall’altoparlante.

Il paradosso è che nella città di don Gallo e don Paolo Farinella c’è un altro prete che quegli striscioni non li sopporta assieme a certi suoi parrocchiani perbenisti.

Il paradosso è che «siamo pochissimi» lo dice Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, «non perché siano passati dodici anni ma perché siamo divisi». Guarda il padre di Federico che arriva al convegno del mattino, e pensa ai tanti Federico che sopravvivono alla violenza dei “controlli” di polizia ma si portano dentro quell’umiliazione nell’indifferenza. E per la prima volta Haidi piange in pubblico. Ma lo fa pensando a una madre che ha una figlia di sei anni e nove anni di galera sul groppone. Piange perché pensa che non potrà mai accompagnare la bambina a scuola o a prendere un gelato. Perché, questo è l’articolo dei paradossi, il paradosso è che per un pezzo di vetro c’è chi sconta dieci anni, preso nel mucchio, e chi ha mezzo ammazzato Mark Covell nemmeno avrà un processo.

Il paradosso è che il poliziotto che disobbedì e chiamò l’ambulanza che salvò il mediattivista inglese è rimasto anonimo per non rischiare di essere espulso come un corpo estraneo da uno spirito di corpo crudele e fascistoide.

Il paradosso è che le ragioni di quel luglio sono più vere che dodici anni fa ma da allora ogni questione sociale viene tradotta in problema di ordine pubblico. Italo Di Sabato, con l’Osservatorio repressione, sta facendo i conti ed è arrivato a 17mila processi. Mentre si discute arriva il bollettino valsusino di altri arresti e altri feriti e i bossoli delle cazzate sparate dai giornalisti mainstream. Sta per partire una campagna contro le leggi speciali e il codice Rocco e la denuncia di alcuni metodi che le procure stanno affinando per mettere la sordina ai conflitti sociali. Come i “decreti di condanna penale” che colpiscono sempre più spesso i lavoratori in lotta, spesso pene pecuniarie, senza nemmeno un processo per potersi difendere. Tutto questo nell’Europa della black list post 11 settembre e degli arresti preventivi. Mentre in parlamento si discutono leggi per arrestare in flagranza chi contesta il governo, per equiparare i blocchi stradali al sequestro di persona, per trasformare le occupazioni di case in associazioni per delinquere. Ai padroni è piuttosto chiaro che o c’è libertà di mercato o libertà di movimento.

Il paradosso è quello di un bilancio in chiaroscuro dei processi con sentenze importanti contro i funzionari di polizia della Diaz e di Bolzaneto ma senza un reato di tortura non è stato possibile condannarli adeguatamente. La sproporzione con i cento anni comminati ai dieci capri espiatori che non hanno comunque mai messo a repentaglio le vite di qualcuno è siderale. E 255 fatti di strada sono stati letteralmente insabbiati. Il paradosso, e stavolta lo segnala Lorenzo Guadagnucci, uno della Diaz, è che della giustizia ottenuta nei tribunali non ce ne siamo fatti niente.

Sì, la crisi ci mette gli uni contro gli altri, ricorda Vittorio Agnoletto ma ci sono ancora dei fili che ci tengono insieme. Ma anche qui c’è un paradosso. Ed è questo: che tutti ci dipingono come degli anti-Stato ma siamo gli unici a difendere lo stato di diritto, a credere nei diritti universali. Non è solo l’estabilshment a non aver voluto mettere bocca nei fatti di Genova ma anche tanta parte della società civile ha preferito guardare dall’altra parte. L’ex portavoce del Gsf di allora ritiene che anche questo abbia contribuito a un’ulteriore degenerazione del tessuto sociale e politico.

Il paradosso è che il capo della polizia di allora sia appena diventato il manager della principale industria bellica dopo essere stato il capo di tutti i servizi segreti del paese. Anche il miagolio di qualche foglia di fico in Parlamento è uno dei paradossi di questa storia. Nessuno di loro ha messo il naso in piazza Alimonda. Solo un leader nazionale, Ferrero del Prc, s’è mostrato – con la discrezione dovuta – tra il popolo di Piazza Carlo Giuliani. Il paradosso è che per prendere parola in mezzo a questa gente un ispettore di polizia sia dovuto andare in pensione: il sindacalismo di polizia – spiega – è morto quando il portavoce di De Gennaro, che era un sindacalista importantissimo, sbarrò la strada ai legali e ai parlamentari che volevano entrare alla Diaz dicendo che tutto quel sangue era di ferite pregresse. E paradossi in fondo a questo catalogo sono le nomine fresche e soprendenti a questori del funzionario che liberò a Milano la nipote di Mubarak e dei dirigenti che hanno gestito il rapimento della donna kazaka e di sua figlia. Il paradosso è che uno dei giornali “progressisti” ha scatenato alla vigilia una polemica contro la presenza annunciata di Sergio Segio, uno che comunque ha pagato ogni sua pendenza con la giustizia. La lettera che ha spedito a chi è venuto a Genova per parlare di amnistia sociale è stata letta da Enrica Bartesaghi ed è disponibile sul sito del comitato Verità e giustizia per Genova.

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