Pressure for Gaza

aza(Su richiesta dell’amico Gian Carlo Mandrino pubblichiamo il seguente appello in favore della popolazione di Gaza,  rivolto al Ministero degli Esteri italiano e promosso tra gli altri anche dall’Associazione Pax Christi. Chi desidera può sottoscrivere l’appello, anche on line, dal seguente link https://www.change.org/p/al-ministro-degli-esteri-del-governo-italiano-pressure-for-gaza Ap).

“Fate pressione! Reagite all’impotenza di fronte al massacro senza fine di Gaza!”

I cristiani di Terra Santa ci chiedono di agire. E Subito. In questi giorni, nei Territori Palestinesi Occupati, la Delegazione di Pax Christi Italia ha ricevuto direttamente dalle mani dei responsabili di Kairos Palestina questo Appello che trasformiamo in

DUE PRECISE AZIONI CHE TUTTI NOI POSSIAMO FARE:

1) firmare l’appello

2) stampare e distribuire l’appello domenica prossima davanti alle chiese

E’ troppo poco? Ogni iniziativa appare inadeguata,ma assistere passivamente al massacro diventa ogni giorno di più una colpa pesante per la nostra coscienza.

Ecco la voce dei cristiani di Palestina e Israele. Uniti in una sola voce che, come nel documento Kairos Palestina, non solo invoca il Dio della pace affinché intervenga sulle atrocità commesse dagli uomini, ma chiede con fermezza che sia fatta giustizia. “Pressure for Gaza” fotografa con lucidità una realtà che vede uno stato occupante e un popolo occupato; un esercito che sta facendo strage di civili e un popolo ingabbiato che non ha né esercito né diritto a sopravvivere

Vi chiediamo di diffondere questo documento, di farlo conoscere prima di tutto nelle comunità cristiane, perchè si abbia ben presente, quando si prega per la pace in Terra santa, che le persone che la abitano questo chiedono, questo dicono. Non implorano collette di carità, ma rivendicano il diritto a vivere nella giustizia. E chiedono solidarietà concreta, soprattutto attraverso forme di boicottaggio e sanzioni. 

Campagna Ponti e non muri, Pax Christi Italia

PRESSURE FOR GAZA

“Così ora, o re, rinsavite, Voi governanti della terra, imparate la lezione”. Salmo 2, 10

Ciò che  sta avvenendo in questi giorni a Gaza non è una guerra. Si tratta di un massacro di civili, uomini, donne e bambini. Più di 1.000 persone uccise e  migliaia e migliaia di feriti, in maggioranza civili; questo non può essere giustificato come un atto di autodifesa! Quello che sta avvenendo a Gaza è il male cieco che colpisce attraverso una visione sbagliata di sicurezza, di autodifesa e di pace.

Imploriamo Dio Onnipotente che ci ha detto:

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e la porta vi  sarà aperta”. (Mt.7, 7)

O Signore, abbiamo chiesto, e abbiamo bussato

Siamo andati in cerca di giustizia e di pace per lunghi anni.

Ma nessuna  porta si è aperta e siamo stati trattati molto ingiustamente.

Signore, apri i cuori e le menti di tutti, di chi ha paura e di chi è insicuro, di quelli che uccidono e della gente di Gaza che, nonostante un assedio di sette anni e tre assalti consecutivi,

credeva di essere sicura nelle sue case ricostruite,

ma le loro case sono state demolite e le loro vite distrutte.

E’ il momento per un cambiamento radicale dei concetti e delle posizioni. Israeliani e palestinesi possono vivere insieme in pace e amore reciproco, se le cause dell’ingiustizia vengono rimosse. L’educazione data al popolo negli anni passati è stata negativa. Una nuova educazione deve partire: l’amore è possibile, la convivenza è possibile. L’atteggiamento della paura e dell’insicurezza deve cambiare. L’idea di uccidere così facilmente centinaia di uomini, donne e bambini deve cambiare.

Signori della guerra, siete sulla strada sbagliata! Tutte le uccisioni, tutte le violenze, tutte le vostre armi non vi porteranno la sicurezza e non vi toglieranno la paura.

Le vie che portano alla pace sono vie pacifiche. Solo queste possono portare alla sicurezza e alla pace. Israele e tutti gli amici di Israele devono capire che dopo 60 anni di uccisioni e di violenza, la salvezza e la sopravvivenza di Israele non saranno mai assicurati dalle violenze presenti.

Gli amici di Israele devono aiutare Israele a capire, se il loro amore per Israele è sincero e se hanno veramente a cuore gli esseri umani,  sia israeliani che palestinesi, che le cose devono cambiare. L’attuale autorità Palestinese ha scelto questo percorso di pace, e mantiene la sua posizione retta e costante, anche se ha perso la sua popolarità tra il suo popolo, che vede come  queste vie di  pace   infruttuose a fronte della  violenza israeliana.

La stessa conversione dovrebbe avvenire nei cuori delle autorità israeliane. Tutti i loro eserciti, armi e rappresaglie sono inutili e infruttuose. La ricerca della  pace può essere svolta  solo attraverso mezzi pacifici.

Ci appelliamo a tutti coloro che hanno a cuore  la dignità umana, e la vita umana, perché agiscano subito, senza ulteriori ritardi.

Ci appelliamo alla comunità internazionale, ai governi, alle chiese e alla società civile affinché esercitino pressioni su Israele perché rispetti il diritto internazionale, per togliere  l’assedio a Gaza e per porre fine alla sua occupazione militare dei Territori palestinesi in conformità alle risoluzioni delle Nazioni Unite, e per superare e rimuovere tutti gli ostacoli che hanno impedito la pace tanto attesa.

Ci vogliono saggezza e compassione, oltre all’equità verso entrambe le parti di questo conflitto – soprattutto quando uno è  l’occupante e l’altro è l’occupato. C’è bisogno di uno sforzo condiviso e risoluto per portare la pace a tutti: israeliani e palestinesi, sulla base della quale ognuno si possa  sentire sicuro e godere della libertà e di pari diritti in uno Stato sovrano e democratico. Non più la ripetizione di invasioni e massacri e uccisioni senza senso, sia individuali che collettivi, come sta accadendo ora a Gaza.

Chiediamo alle Chiese di assumersi le loro responsabilità verso la Terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici,  per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le Chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile. Tale pressione diplomatica è necessaria ora più che mai. Si tratta di salvare vite umane, ma anche di attribuire  la responsabilità per gli atti criminali. Come in simili situazioni internazionali, ora è il momento per sanzioni economiche e militari.

Dio Onnipotente, Padre celeste, ascolta le nostre preghiere.

Aiutaci a lavorare insieme verso la libertà, la giustizia e la pace.

Riempi il nostro cuore di amore e compassione e aiutaci a raggiungere una pace giusta senza la quale nessuna sicurezza può essere garantita per nessuno.

Ricordaci che siamo tutti creati a tua immagine, e che possiamo trionfare tutti insieme su ogni male per vivere nella tua pace,  non solo per mezzo di  trattati e di accordi umani. 

Kairos Palestina, rete delle organizzazioni cristiane in Palestina, 23 luglio 2014

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Notizie: Raggiunte 6.000 firme

Le macerie di Gaza. Opinioni a confronto: intervista a Patrizia Nosengo

L’intervista ● a cura di Agostino Pietrasanta e Marco Ciani

bimPer introdurre, vorremmo chiederti, molto semplicemente, cosa pensi di quel che sta accadendo in Israele/Palestina.

Non è possibile non condividere il giudizio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, che ha lucidamente definito “allarmante” la situazione dell’area israelo-palestinese, nella quale si sta in queste ore consumando una tragedia dalle dimensioni apocalittiche, che ha lunghe e intricate radici e che pesa, ancora una volta, sulla popolazione civile inerme, con un costo umano agghiacciante. Dinanzi alle quarantamila persone in fuga dai combattimenti, alle famiglie massacrate e ai bambini straziati, non possono che tornare in mente le parole di Brecht: “La guerra che verrà non è la prima […] Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.”

E tuttavia, accanto alla pietas e alla commozione che ci coglie,  incombe su di noi l’obbligo di non leggere gli avvenimenti alla luce dell’emotività e del sentimento, giacché la storia e la politica pretendono la ferma limpidezza della ragione e la stringente analisi della logica, che, sole, possono eludere le trappole della propaganda di parte e condurre verso una soluzione il più possibile equanime del conflitto in corso. Ora, la ragione ci dice che l’impotenza della diplomazia internazionale e gli scontri accesi tra le potenze (Egitto, Turchia, Iran), che potrebbero e dovrebbero in questa fase porsi come mediatrici e consentire la formulazione delle condizioni di una tregua, sono segnali eclatanti del nodo inestricabile di interessi economici e strategici in gioco in questa area.

Oggi i Palestinesi stanno pagando il prezzo atroce di quel riposizionamento degli equilibri internazionali che la fine dell’impero sovietico, prima e la crisi economica dell’Occidente, poi, hanno reso instabili. Ma essi pagano anche il prezzo altissimo del nazionalismo arabo e dei fanatismi islamico e dell’ebraismo ortodosso, ben presenti in questa zona del pianeta, in cui gli interessi economici si ammantano, come peraltro spesso accade, di motivazioni ideologiche e pseudo-religiose. Affermare, come taluni fanno, che la tragedia di Gaza sia il risultato univocamente di una politica espansionistica di Israele è, dunque, una semplificazione del tutto inadeguata e costituisce una vera e propria mutilazione della spiegazione degli eventi.

Ritieni che Hamas sia un’organizzazione terroristica? E’ legittimo l’operato del governo israeliano? Quanto sta accadendo fa parte del confronto arabo/israeliano che va avanti dal 1948 o deve essere considerato a sé?

Hamas è un’organizzazione che Unione Europea, Stati Uniti e Australia considerano terroristica, giudizio a mio avviso del tutto fondato e condivisibile, come dimostrano sia lo Statuto di tale movimento, sia le azioni terroristiche da esso a lungo perpetrate contro cittadini israeliani inermi. Anzitutto, nel proprio Statuto, Hamas si autodefinisce come continuatore dei terroristi di El Qassam, come parte del movimento dei Fratelli Musulmani e “uno degli anelli della catena del Jiahd”; con tutta probabilità, come ipotizzano gli osservatori dell’ONU, finanzia e addestra i gruppi jihadisti presenti in territorio siriano; rivendica la legge della Shari’a e rifiuta le Conferenze di pace, che ritiene strumenti di un “complotto sionista”, cui occorrerebbe contrapporre la lotta per islamizzare ogni “singolo metro quadrato” di terra palestinese; e, tra deliranti richiami all’interpretazione più estremistica del Corano, espone la tesi complottistica cara all’antisemitismo occidentale ed espliciti propositi di annientamento di tutti gli Ebrei.

La prassi di lotta di Hamas si conforma a tali premesse ed è contraddistinta da atti di guerriglia non già contro truppe o postazioni militari israeliane, bensì contro civili inermi. La memoria occidentale – e in Italia soprattutto quella della sinistra radicale – troppo spesso rimuove il fatto che fino a pochissimi anni or sono i terroristi di Hamas si sono macchiati di atroci attentati terroristici contro scuole rabbiniche, feste di matrimonio, pulmini scolastici, autobus, famiglie inermi che transitavano su automobili private, locali pubblici e così via. Il tanto vituperato muro che il governo israeliano ha eretto a difesa del proprio territorio certamente è il sintomo tragico della dolorosa sconfitta della ragione e di ogni possibile mediazione e incontro; e, tuttavia, ha raggiunto se non altro lo scopo di impedire in vasta parte le incursioni dei terroristi di Hamas in territorio israeliano e di salvare molte vite umane. La stessa angosciante escalation del conflitto in atto e l’invasione progressiva della Striscia di Gaza sono la risposta israeliana alle incessanti provocazioni e ai ricorrenti atti di guerra di Hamas, che ha continuato nell’ultimo decennio a bersagliare le città israeliane (e, recentemente, in modo follemente irresponsabile, persino  le centrali atomiche) con razzi di sempre più ampia gittata e quindi sempre più pericolosi per la sicurezza di Israele.

Naturalmente, dal rifugio  – al momento – sicuro e comodo delle nostre case e delle nostre città, è per noi immediata e piuttosto logica la riflessione secondo cui, prima di un intervento militare così devastante, Israele avrebbe dovuto percorrere fino in fondo la strada del confronto diplomatico e della composizione degli interessi in gioco, ma è pur vero che qualunque Paese, sottoposto al bombardamento continuo di missili e ai propositi di distruzione totale da parte di nemici indisponibili a ogni confronto, a lungo andare avrebbe scelto la via delle armi. Per fare un esempio banale, ma senza dubbio perspicuo, se un movimento terroristico sudtirolese continuasse pervicacemente per anni a lanciare missili contro Milano, Venezia e Trieste, senza accettare alcun genere di tregua e ponendo condizioni irricevibili, probabilmente sarebbero in molti gli Italiani favorevoli a una soluzione militare.

araSenza dubbio il conflitto in corso costituisce una continuazione e un’estremizzazione del confronto arabo-israeliano, un confronto nel quale via via le parti maggiormente disponibili a soluzioni pacifiche sono state sconfitte e cancellate dallo scenario politico-militare, sia tra i Palestinesi, sia tra gli Israeliani. L’assassinio di Rabin, la morte secondo taluni sospetta di Arafat, la vittoria politica della destra israeliana più radicale, il patto tra Hamas e Abu Mazen sono tasselli di un mosaico, nel quale le voci di pace sono sacrificate agli interessi strategici, economici e ideologici che si agitano sullo sfondo del conflitto e che ne sono la fondamentale causa. Lo scenario che ne emerge è, dunque, quanto mai inquietante.

Quanto pesa il fattore religioso, dal fondamentalismo islamico alla fondazione religiosa ebraica dello Stato di Israele, nella contrapposizione in atto?

Distinguerei la risposta in due parti, giacché non condivido il secondo assunto della domanda, come spiegherò più oltre. Anzitutto, se è vero che i conflitti del Medio Oriente sono alimentati in primo luogo da ragioni economiche e geo-politiche, è altrettanto indubitabile il fatto che il fondamentalismo islamico è una delle principali radici, non tanto dello scontro pluridecennale tra Arabi e Israeliani, quanto piuttosto della sua radicalizzazione crescente e della crescente difficoltà di mediazione tra le parti, perché il suo innestarsi sul nazionalismo arabo ha prodotto un’estremizzazione dei discorsi politici e della gestione del conflitto, che rischia di divenire definitivamente incomponibile.

La situazione non è nuova, giacché la storia moderna e contemporanea dell’Occidente è percorsa da simili sciagurate commistioni, dalle guerre di religione del Seicento, fino ai pogrom del 1881-’82, al razzismo del nazi-fascismo e alla Shoah: come rammenta Mosse, allorché il mito della nazione e la mistica della razza trovano un radicamento religioso e assurgono a missione voluta dalla divinità stessa, lo scontro diviene ineludibile e assume i caratteri di una ferocia inaudita, priva di ogni umana pietà. In questo senso, alcuni elementi insiti nel testo coranico rendono il fondamentalismo islamico ancor più spietato e violento di quanto siano stati puritanesimo, luteranesimo, calvinismo e cattolicesimo nel corso delle grandi guerre di religione.

Finché la direzione della lotta palestinese era nelle mani di Arafat e dell’OLP, le posizioni maggiormente laiche che li contraddistinguevano avrebbero consentito una mediazione politica con Israele; oggi la preponderanza dei gruppi palestinesi che rivendicano la guerra contro Israele come “guerra santa” rende la situazione molto meno gestibile e purtroppo molto difficilmente risolubile.

Differente, a mio avviso, il discorso per quanto concerne Israele. Ora, è certamente vero che i gruppi estremistici nazional-religiosi, legati all’ebraismo ortodosso e in primo luogo alle componenti chassidiche della religione ebraica, pongono l’istanza della rinascita del Sinedrio e della ricostruzione di una monarchia retta dalla legge mosaica, ma non è storicamente esatto individuare una fondazione religiosa ebraica dello Stato di Israele, né è corretto considerare lo Stato israeliano attuale una teocrazia.

Come bene hanno dimostrato numerosi autori, tra i quali principalmente Bensoussan e lo stesso Mosse, il sionismo che ha dato vita a Israele è un movimento laico, scaturito dal processo di secolarizzazione della società europea ottocentesca e che affonda le radici ben più nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese che nella componente religiosa dell’ebraismo. In particolare, il movimento sionista è la risposta dell’intellighenzia intellettuale all’incapacità delle élites religiose israelite di reagire alle violenze dei reazionari russi nel 1821, nel 1859, nel 1871 e poi soprattutto nei pogrom del 1881-’82, che, insieme all’indifferenza e al silenzio assordante di grandi personaggi della cultura russa, come Turgenev e Tolstoj, traumatizzarono un mondo ebraico fino ad allora persuaso della possibilità di una pacifica e serena integrazione nella società civile europea. L’antisemitismo che contraddistinse gli ultimi decenni del XIX secolo e l’affaire Dreyfus autorizzarono ulteriormente i timori degli Ebrei europei e determinarono il crollo definitivo dell’illusione di una possibile e vicina emancipazione di massa.

Anzi, potremmo aggiungere che, ben lungi dal richiamarsi a quel ritorno alla Gerusalemme mistica, metafora del Regno dei cieli e della Redenzione, cui fanno riferimento le pratiche cultuali di Pesah, il nazionalismo ebraico nasce, come era accaduto per le istanze di unificazione italiana, soprattutto in ambito intellettuale e letterario e, utopisticamente, assume Eretz Israel come possibilità concreta di realizzazione di un nuovo luogo, in cui sia possibile vivere in pace e solidarietà e nella quale la figura dell’Ebreo errante, che è la metafora dell’eterno straniero, possa essere dissolta e sostituita da una nuova appartenenza e da una compiuta cittadinanza.

La soluzione sionista della “questione ebraica”, sorta da una crisi sociale e identitaria, è dunque imperniata sulla volontà di costruire una patria per gli Ebrei perseguitati in Europa e non ha alcun riferimento di tipo religioso. D’altra parte, se è vero, come è vero, che le identità sia individuali, sia di gruppo, sia nazionali, sono costruzioni sociali complesse, influenzate dalle proprie e dalle altrui rappresentazioni, è certamente indubbio il fatto che, a partire dalla modernità, nell’immaginario collettivo sia degli Ebrei, sia dei “Gentili” l’appartenenza ebraica viene vieppiù imperniandosi su fattori culturali e mitografie razziali, anziché su costituenti di tipo religioso.

Sono in prima istanza l’antisemitismo e il nazionalismo europei a percepire, secondo il paradigma romantico, gli Ebrei come una nazione estranea, in relazione non tanto a credenze religiose, quanto a tratti etnici, somatici, linguistici, di costume e di tradizioni. Tale paradigma è assunto come radice identitaria dagli stessi Ebrei ed è questa, dunque, la radice laica e non religiosa dell’edificazione di Israele. Ciò è chiaramente attestato dal fatto che Israele è una democrazia liberale di tipo occidentale, l’unica in quell’area geografica tormentata, nella quale i diritti di cittadinanza sono svincolati dall’appartenenza religiosa.

ortCertamente la spinta reazionaria e ultra-nazionalistica degli Ebrei ortodossi è ben presente e orienta la politica dei partiti dell’estrema destra israeliana, certamente la celta di intervento militare nella Striscia di Gaza risponde agli interessi di queste forze politiche, ma non per questo possiamo definire Israele una teocrazia, come pretenderebbero taluni tra i nostri più accesi sostenitori  di Hamas, che, per una sorta di contrappasso, tentano di celare la matrice islamista degli jihadisti dietro al velo di Maya dell’accusa a Israele di essere uno Stato  a fondamento religioso.

A quali condizioni è possibile immaginare, se non una pace che appare ormai obiettivo utopico, almeno una cessazione degli attacchi, dall’una e dall’altra parte?

Sia Israele, sia i Palestinesi sono contraddistinti da una molteplicità di differenti posizioni politiche. La prima condizione per il raggiungimento di una tregua è, a mio avviso, la capacità di individuare con chiarezza la molteplicità degli attori e di isolare le ali estremistiche della geografia politica sia israeliana, sia palestinese. Liberare la popolazione palestinese dagli artigli dell’oppressione di Hamas è, in questo senso, il primo obiettivo che gli organismi internazionali, a partire dall’ONU e dall’Unione Europea, dovrebbero perseguire e favorire con tutti i mezzi disponibili.

Ugualmente fondamentale è privilegiare il dialogo con le voci democratiche e pacifiste israeliane, attuando pressioni verso il governo attuale, affinché si autolimiti, garantisca la massima protezione possibile ai civili di Gaza e dimostri al mondo palestinese – e non soltanto a esso – che l’estremismo islamico è pericoloso in primo luogo per coloro che pretende di difendere.

Resta il nodo drammatico degli insediamenti dei coloni oltre i confini stabiliti nel 1967, giacché, se da un lato sono evidenti le radici economiche dello scontro, imperniato sul possesso e la distribuzione delle risorse, in primo luogo l’acqua e se le condizioni miserrime degli abitanti di Gaza pongono l’istanza certamente legittima di una suddivisione del territorio che conceda spazi agli insediamenti palestinesi, è altrettanto vero che le famiglie dei coloni israeliani, che hanno coltivato quei terreni e che li abitano da anni, dovrebbero rinunciare a tutto ciò che posseggono e sarebbero ridotte nelle medesime condizioni di miseria.

Qualsiasi intervento, dunque, non potrebbe che essere doloroso per entrambe le parti in gioco e comporterebbe sacrifici al limite della tollerabilità, ma che sono oggi, dinanzi allo strazio di Gaza, indubitabilmente auspicabili e che, con il sostegno da parte della comunità internazionale, potrebbero costituire un passo decisivo verso il  processo di progressiva pacificazione. E’ pur vero che l’ostacolo più evidente che un simile processo incontrerebbe è costituito dalla speculare difficoltà posta dal progetto di Hamas di distruggere Israele e dalla scelta, operata ancora nel gennaio di quest’anno dall’attuale governo israeliano, di edificare nuovi insediamenti per i coloni nei territori non riconosciuti a Israele dai trattati internazionali.

A tuo giudizio, è ancora percorribile il progetto di due stati per due popoli? E se non fosse possibile, quali trasformazioni è realistico attendersi per il futuro?

Il progetto della edificazione di due Stati per due popoli resta a mio avviso l’unico orizzonte possibile per una pacificazione di quest’area. Se tale progetto non sarà realizzato, il futuro di Israele si prospetta come ineludibilmente terribile. Da un lato, infatti, i dati demografici, con le famiglie palestinesi contraddistinte da un elevato numero di nati e quelle israeliane, che negli ultimi due decenni hanno assistito a un forte calo demografico, dimostrano che non è realizzabile, se non per un periodo di tempo ridottissimo, il progetto di una Grande Israele, giacché in un simile Stato nell’arco di pochi decenni la popolazione israelita diverrebbe un’esigua minoranza e sarebbe probabilmente annientata dall’islamismo radicale. Dall’altro, la presenza a nord di Israele degli Hezbollah (gli unici che sono riusciti a tenere in scacco l’esercito di David), alleati di Hamas, nonostante i recenti dissidi, il vacillare di Assad  in Siria, la crescita dei movimenti islamisti in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, l’ostilità dei Paesi islamici che circondano il territorio israeliano, l’ipotesi di un grande Califfato islamico e la pressione dei movimenti fondamentalisti emersi nel corso delle cosiddette “primavere arabe” rendono con tutta evidenza privo di futuro il progetto di una Piccola Israele, circondata dall’odio e dalla volontà distruttiva di acerrimi e numerosi nemici.

Forse, la mediazione internazionale potrebbe far sì che la rinuncia a parte dei territori occupati e la costruzione di uno Stato palestinese possano raffreddare il conflitto, contribuire al ridimensionamento del successo del fondamentalismo islamico e avere come contropartita quanto meno un certo periodo di pace e di sicurezza per Israele. Dico un certo periodo, perché a mio avviso la sopravvivenza di Israele è inscindibilmente subordinata alla sconfitta del fondamentalismo islamico, una sconfitta che si profila sempre più problematica, anche per la pervicace incapacità della destra israeliana di limitare le pretese dei coloni e di avviare un dialogo proficuo con lo schieramento moderato palestinese.

L’intero medio/oriente sembra una polveriera sul punto di esplodere. Quale la tua valutazione? Quale rischio di una guerra dalle proporzioni incalcolabili?

CHBEMi è capitato di pensare, nei giorni immediatamente successivi al rapimento e all’assassinio brutale dei tre ragazzini israeliani, che, a distanza di un secolo esatto, un piccolo, circoscritto episodio di violenza potesse riaprire lo scenario tragico che si spalancò il 28 giugno del 1914 a Sarajevo e precipitò il mondo in un’immane carneficina. Allora, la cautela del vecchio Franz Joseph e una serie di circostanze fortuite che dilatarono i tempi della reazione contro la Serbia furono tra le cause dello scoppio della guerra mondiale. In questo senso, forse, non è del tutto peregrina l’ipotesi che l’intervento rapido di Israele contro Hamas, prima del sorgere di possibili alleanze tra gli jihadisti palestinesi e altre forze o interi Stati islamici, potrebbe aver posto un freno all’estensione progressiva del conflitto a tutti i Paesi islamici o con forti componenti islamiste. In ogni caso, è verissimo che la vicenda israelo-palestinese proietta le sue ombre sullo scenario apocalittico della polveriera mediorientale.

L’attenzione dell’Occidente è attratta da tale vicenda e tende a sottovalutare il fatto che, nello scacchiere internazionale già così perturbato e instabile, Nord Africa e Medio Oriente sono percorsi da conflitti e tensioni inquietanti e altrettanto sanguinosi, alla cui radice vi sono interessi strategico-militari e soprattutto economici, che si innestano nel contesto complesso della fine degli equilibri mondiali post-bellici sanciti dai trattati di Teheran e di Yalta, contraddistinto dal carattere liquido della globalizzazione, dalla devastante crisi economica degli USA e dell’Europa che essa ha determinato, dall’affacciarsi nello scenario internazionale dei Paesi emergenti, dalle istanze del panislamismo contemporaneo, dal nuovo protagonismo della Russia di Putin e dalla corsa all’accaparramento di fonti energetiche, in primo luogo da parte della Cina.

Le guerre in Ucraina e in Siria, le tensioni in Algeria, la fragilità del Libano non sono altro che aspetti della guerra del gas, in corso tra le potenze mondiali in cerca di autonomia energetica, nella prospettiva della fine delle fonti petrolifere. La presenza in Nord Africa e Medio Oriente di enormi masse di giovani – del tutto sconcertanti per l’ormai vecchissimo Occidente, in costante calo demografico -, che coniugano istanze anti-imperialistiche, rivendicazioni nazionalistiche, pretese di emancipazione economica e sociale, desiderio di innovazione intorno al nucleo fondativo della religione islamica, rende quest’area un pericoloso bacino di reclutamento per Al Qaida e i gruppi jihadisti e un possibile scenario per lo scoccare della scintilla che potrebbe condurre vero una forse non così fantascientifica terza guerra mondiale. Il ruolo dell’Iran e della Siria sono, in questa prospettiva essenziali: il loro sottrarsi a governi di tipo fondamentalista potrebbe interrompere quel processo di costruzione di un’alleanza islamica radicale nel grande Califfato ipotizzato da alcuni, che costituirebbe senza dubbio la spoletta di innesco della bomba mediorientale.

Ritieni adeguato il ruolo svolto dagli USA e dal premio Nobel per la pace, Obama? Quali altri attori potrebbero svolgere un ruolo risolutivo (ONU, Lega Araba, UE, Iran…). Sarebbe auspicabile l’intervento della comunità internazionale?

(A questa domanda, Patrizia non ha fornito risposta, probabilmente perché i temi oggetto dei quesiti sono già contenuti nella parte precedente dell’intervista. NdR)

A fronte della situazione drammatica di questi giorni, l’opinione pubblica sembra polarizzare il proprio giudizio a favore dell’una e dell’altra parte. Perché questo accade soprattutto per questa vicenda e non per le altre guerre sanguinose presenti sul pianeta?

In effetti, mentre i morti siriani sono molto più numerosi di quelli palestinesi e le tragedie planetarie colpiscono numerose altre popolazioni, l’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, soprattutto italiana, è concentrata quasi univocamente sul conflitto israelo-palestinese, fino ad alcune manifestazioni di un vero e proprio tifo da stadio, nel quale la visceralità e il sentimento offuscano quella cogente analisi pacata e lucida della realtà effettuale, che Machiavelli ci ha insegnato essere fondamentale nella riflessione e nell’agire politici.

Certamente, da parte di alcuni sostenitori della politica israeliana vi sono ragioni legate soprattutto alla preclusione nei confronti del mondo islamico, ma credo che le radici più profonde e più vere di tale unilateralità dello sguardo risalgano a quella “questione ebraica” che ha contraddistinto l’Europa fin dall’età medievale. Se infatti analizziamo non soltanto gli articoli di autori schierati, o militanti, ma persino i post concernenti la Palestina sui social network, possiamo facilmente rintracciare il complesso di rappresentazioni archetipiche e mitografiche che hanno accompagnato per secoli l’immagine dell’Ebreo: la leggenda dell’Ebreo errante, straniero anche (se non soprattutto) in Palestina, il teorema complottistico riproposto in modo definitivo dai Protocolli di Sion, il meccanismo proiettivo che identifica la vittima israelita come portatrice della responsabilità della violenza che subisce e così via. Emblematiche, a tale proposito, la confusione lessicale e concettuale che spesso emerge tra Ebreo e Israeliano (mai come in questo caso il lapsus linguae ha un sapore così fortemente freudiano) e la concezione parmenidea di Israele quale totalità unitaria, immobile e immodificabile, assunta in modo manicheo come il Male assoluto e il Nemico per antonomasia.

E’ peraltro interessante notare che la sinistra radicale italiana, spesso contraddistinta da tali posizioni, è vittima di alcune di queste immagini archetipiche e di alcune interpretazioni di derivazione in parte bakuniniana  e in parte romantica. Per intanto, si sono conservate nel tempo la lettura complottistica e l’equivalenza tra ebraismo e capitalismo peculiari di Bakunin e del movimento socialista e anarchico russo, un’equivalenza scaturita dall’immagine archetipica medievale dell’Ebreo come usuraio e, dunque, ladro, parassita, sfruttatore e affamatore del popolo, cui, per similitudine semantica, è sovrapposta la figura del capitalista. In secondo luogo, i rivoluzionari e i reazionari europei, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, condividono l’angoscia per i cambiamenti generati dall’industrializzazione e dalla modernizzazione ed elaborano un’ideologia anticapitalistica e antiliberale in cui l’ebraismo è vissuto come spirito e impalcatura del sistema capitalistico di produzione, dell’imperialismo, dello sfruttamento di individui e popoli, del tramonto dell’Occidente e della nichilistica fine di tutti i valori; e, pertanto, è demonizzato e rifiutato. Del resto non è certo privo di significato il fatto che, ne La questione ebraica, l’ebreo Marx elabori un’immagine tanto negativa e critica dell’Israelita, anticipando tutti i motivi che saranno ripresi dalla sinistra massimalista del Novecento.

In questo contesto, per logica consequenziarietà, il popolo palestinese, assunto anch’esso come totalità uniforme, è rappresentato mediante la figura del misero, dello sfruttato, della vittima del capitalismo e dell’imperialismo, del debole bisognoso di sostegno politico e militare. Sia chiaro, la condizione della popolazione di Gaza è effettivamente una condizione di grande povertà, ma la lettura che stiamo esaminando prescinde dall’analisi oggettiva e pretende di usare come clavis aurea precostituita la dicotomia deterministica sfruttato palestinese/sfruttatore israeliano, che alla fin fine non è altro che la trasposizione dell’hegeliana figura della servitù e della signoria, declinata in termini di conflitto armato, anziché di emancipazione dell’ autocoscienza.

HAMIn secondo luogo, l’immagine di Hamas e dei gruppi jihadisti si discioglie per molti nel paradigma dell’eroe prometeico, del ribelle votato al sacrificio estremo, peculiare del titanismo romantico, che ha condizionato tante generazioni di giovani tra Ottocento e Novecento e che, attraverso il volontarismo e l’attivismo delle avanguardie novecentesche prima, la mitografia fascista e la retorica resistenziale, poi e, finalmente, il culto sessantottino per il Che e per la resistenza vietnamita al gigante USA, è giunto fino alla nostra epoca.

Infine, last but not least, la tendenza alla fuga da un mondo occidentale che vive una devastante crisi di valori e di prospettive e, ancora una volta, un esotismo di derivazione romantica inducono in molta parte della sinistra filo-Hamas la fascinazione, in sé razionalmente contraddittoria, per il mondo islamico, che è in larga misura un mondo impregnato di cultura reazionaria, ancora legata a modelli e  stili di vita ancestrali, di tipo nomade, tribale e teocratico, da millenni sconosciuti ai popoli europei. Questo intreccio di miti, in cui vige come interdetto del discorso ogni analisi oggettiva delle ragioni di entrambe le parti in conflitto, è certamente la fonte primigenia dell’univocità dello sguardo rivolto al conflitto israelo-palestinese.

Da ultimo: sarà possibile, nei prossimi anni una convivenza accettabile, se non una comprensione reciproca, tra Occidente (di cui Israele si sente parte) e l’Islam ( al quale si ascrive la stragrande maggioranza del popolo palestinese e arabo)?

A mio avviso, ogni ipotesi di scontro di civiltà, per usare la definizione di Huntington, è fortemente inficiata dalla concezione ideologica e mitologica dell’identità di individui e popoli che la contraddistingue. Non soltanto, infatti, la civiltà occidentale, come ogni altra civiltà, è scaturita dall’ibridazione di culture molteplici, delle quali le principali sono quella greco-latina, quella ebraica, quella cristiana e quella musulmana, ma la stessa nozione di Occidente è andata modificandosi nel corso dei secoli, a seconda delle autorappresentazioni che la politica, la cultura, la filosofia, la letteratura e l’arte cosiddette occidentali andavano elaborando. Si pensi, per comprenderlo, all’esempio particolarmente significativo e persuasivo del mondo greco, a seconda delle epoche storiche considerato parte dell’Occidente o dell’Oriente. Allo stesso modo, l’Islam è un mondo proteiforme, nel quale convivono interpretazioni del testo coranico e Weltanschauungen profondamente diversificate, irriducibili a un’immagine statica e uniforme e tanto meno a un’antitesi radicale rispetto all’Occidente.

Del resto, l’incontro tra individui è sempre possibile e la convivenza sempre apprezzabile. Se, come ricorda Rifkin, nella notte di Natale del 1914 i soldati tedeschi e francesi uscirono dalle trincee per festeggiare insieme e condividere il poco cibo che avevano a disposizione, è ben vero che nella quotidianità l’empatia tra le persone può costruire ponti, anziché baratri e superare ogni differenza. Ciò tuttavia non significa dimenticare che la differenza non è soltanto arricchimento, ma anche fonte di tensione e di disagio e che vi sono questioni fondative e principi irrinunciabili, sui quali è quanto mai difficoltosa la concertazione con vasta parte del mondo islamico.

Talora si tende ad affermare, in nome dell’interculturalità, che nell’incontro tra culture differenti ogni singolo aspetto della vita può essere oggetto di ibridazione e reciproco arricchimento e senza dubbio ciò spesso accade, né erra Zagrebelsky, quando ci rammenta che i valori sono “tirannici” e fonte di dogmatismo, intolleranza e divisione, che giustificano ex post  prassi contraddittorie, invitandoci alla coerenza dei principi, connessi inscindibilmente e costantemente alla praxis. E tuttavia è altrettanto vero che i principi della parità di genere, del riconoscimento dei diritti civili e individuali, della tolleranza religiosa, della libertà politica sono conquiste peculiarmente occidentali, cui non possiamo e non dobbiamo abdicare nell’incontro con il mondo islamico, che in larga misura ne è privo o addirittura li misconosce.

MALLa speranza è riposta allora nelle nuove generazioni di donne musulmane, che, come dimostra il caso di Malala, in molti Paesi islamici anche fondamentalisti stanno rivendicando il riconoscimento del diritto all’istruzione, al lavoro e all’autodeterminazione. Con questa parte dell’Islam l’incontro sarà senza dubbio sempre più proficuo e reciprocamente arricchente.

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