Pressure for Gaza

aza(Su richiesta dell’amico Gian Carlo Mandrino pubblichiamo il seguente appello in favore della popolazione di Gaza,  rivolto al Ministero degli Esteri italiano e promosso tra gli altri anche dall’Associazione Pax Christi. Chi desidera può sottoscrivere l’appello, anche on line, dal seguente link https://www.change.org/p/al-ministro-degli-esteri-del-governo-italiano-pressure-for-gaza Ap).

“Fate pressione! Reagite all’impotenza di fronte al massacro senza fine di Gaza!”

I cristiani di Terra Santa ci chiedono di agire. E Subito. In questi giorni, nei Territori Palestinesi Occupati, la Delegazione di Pax Christi Italia ha ricevuto direttamente dalle mani dei responsabili di Kairos Palestina questo Appello che trasformiamo in

DUE PRECISE AZIONI CHE TUTTI NOI POSSIAMO FARE:

1) firmare l’appello

2) stampare e distribuire l’appello domenica prossima davanti alle chiese

E’ troppo poco? Ogni iniziativa appare inadeguata,ma assistere passivamente al massacro diventa ogni giorno di più una colpa pesante per la nostra coscienza.

Ecco la voce dei cristiani di Palestina e Israele. Uniti in una sola voce che, come nel documento Kairos Palestina, non solo invoca il Dio della pace affinché intervenga sulle atrocità commesse dagli uomini, ma chiede con fermezza che sia fatta giustizia. “Pressure for Gaza” fotografa con lucidità una realtà che vede uno stato occupante e un popolo occupato; un esercito che sta facendo strage di civili e un popolo ingabbiato che non ha né esercito né diritto a sopravvivere

Vi chiediamo di diffondere questo documento, di farlo conoscere prima di tutto nelle comunità cristiane, perchè si abbia ben presente, quando si prega per la pace in Terra santa, che le persone che la abitano questo chiedono, questo dicono. Non implorano collette di carità, ma rivendicano il diritto a vivere nella giustizia. E chiedono solidarietà concreta, soprattutto attraverso forme di boicottaggio e sanzioni. 

Campagna Ponti e non muri, Pax Christi Italia

PRESSURE FOR GAZA

“Così ora, o re, rinsavite, Voi governanti della terra, imparate la lezione”. Salmo 2, 10

Ciò che  sta avvenendo in questi giorni a Gaza non è una guerra. Si tratta di un massacro di civili, uomini, donne e bambini. Più di 1.000 persone uccise e  migliaia e migliaia di feriti, in maggioranza civili; questo non può essere giustificato come un atto di autodifesa! Quello che sta avvenendo a Gaza è il male cieco che colpisce attraverso una visione sbagliata di sicurezza, di autodifesa e di pace.

Imploriamo Dio Onnipotente che ci ha detto:

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e la porta vi  sarà aperta”. (Mt.7, 7)

O Signore, abbiamo chiesto, e abbiamo bussato

Siamo andati in cerca di giustizia e di pace per lunghi anni.

Ma nessuna  porta si è aperta e siamo stati trattati molto ingiustamente.

Signore, apri i cuori e le menti di tutti, di chi ha paura e di chi è insicuro, di quelli che uccidono e della gente di Gaza che, nonostante un assedio di sette anni e tre assalti consecutivi,

credeva di essere sicura nelle sue case ricostruite,

ma le loro case sono state demolite e le loro vite distrutte.

E’ il momento per un cambiamento radicale dei concetti e delle posizioni. Israeliani e palestinesi possono vivere insieme in pace e amore reciproco, se le cause dell’ingiustizia vengono rimosse. L’educazione data al popolo negli anni passati è stata negativa. Una nuova educazione deve partire: l’amore è possibile, la convivenza è possibile. L’atteggiamento della paura e dell’insicurezza deve cambiare. L’idea di uccidere così facilmente centinaia di uomini, donne e bambini deve cambiare.

Signori della guerra, siete sulla strada sbagliata! Tutte le uccisioni, tutte le violenze, tutte le vostre armi non vi porteranno la sicurezza e non vi toglieranno la paura.

Le vie che portano alla pace sono vie pacifiche. Solo queste possono portare alla sicurezza e alla pace. Israele e tutti gli amici di Israele devono capire che dopo 60 anni di uccisioni e di violenza, la salvezza e la sopravvivenza di Israele non saranno mai assicurati dalle violenze presenti.

Gli amici di Israele devono aiutare Israele a capire, se il loro amore per Israele è sincero e se hanno veramente a cuore gli esseri umani,  sia israeliani che palestinesi, che le cose devono cambiare. L’attuale autorità Palestinese ha scelto questo percorso di pace, e mantiene la sua posizione retta e costante, anche se ha perso la sua popolarità tra il suo popolo, che vede come  queste vie di  pace   infruttuose a fronte della  violenza israeliana.

La stessa conversione dovrebbe avvenire nei cuori delle autorità israeliane. Tutti i loro eserciti, armi e rappresaglie sono inutili e infruttuose. La ricerca della  pace può essere svolta  solo attraverso mezzi pacifici.

Ci appelliamo a tutti coloro che hanno a cuore  la dignità umana, e la vita umana, perché agiscano subito, senza ulteriori ritardi.

Ci appelliamo alla comunità internazionale, ai governi, alle chiese e alla società civile affinché esercitino pressioni su Israele perché rispetti il diritto internazionale, per togliere  l’assedio a Gaza e per porre fine alla sua occupazione militare dei Territori palestinesi in conformità alle risoluzioni delle Nazioni Unite, e per superare e rimuovere tutti gli ostacoli che hanno impedito la pace tanto attesa.

Ci vogliono saggezza e compassione, oltre all’equità verso entrambe le parti di questo conflitto – soprattutto quando uno è  l’occupante e l’altro è l’occupato. C’è bisogno di uno sforzo condiviso e risoluto per portare la pace a tutti: israeliani e palestinesi, sulla base della quale ognuno si possa  sentire sicuro e godere della libertà e di pari diritti in uno Stato sovrano e democratico. Non più la ripetizione di invasioni e massacri e uccisioni senza senso, sia individuali che collettivi, come sta accadendo ora a Gaza.

Chiediamo alle Chiese di assumersi le loro responsabilità verso la Terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici,  per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le Chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile. Tale pressione diplomatica è necessaria ora più che mai. Si tratta di salvare vite umane, ma anche di attribuire  la responsabilità per gli atti criminali. Come in simili situazioni internazionali, ora è il momento per sanzioni economiche e militari.

Dio Onnipotente, Padre celeste, ascolta le nostre preghiere.

Aiutaci a lavorare insieme verso la libertà, la giustizia e la pace.

Riempi il nostro cuore di amore e compassione e aiutaci a raggiungere una pace giusta senza la quale nessuna sicurezza può essere garantita per nessuno.

Ricordaci che siamo tutti creati a tua immagine, e che possiamo trionfare tutti insieme su ogni male per vivere nella tua pace,  non solo per mezzo di  trattati e di accordi umani. 

Kairos Palestina, rete delle organizzazioni cristiane in Palestina, 23 luglio 2014

man

Notizie: Raggiunte 6.000 firme

Povero Walter, povera Palestina

Dario Fornaro

gazSiamo appena alla “trigesima” della scomparsa del nostro Amico don Walter e già il rimpianto specifico, rubricabile, si affianca al globale “senso di vuoto” toccatoci in sorte. Walter ha, per così dire, “schivato” gran parte degli eventi drammatici scaraventati in cronaca dall’ennesima recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, che taluno vorrebbe intitolare alla “terza intifada”. Non abbiamo dubbio alcuno, ovviamente, sul come e con chi si sarebbe schierato, su quali sventure avrebbe versato, in pubblico e privato, dolore e indignazione per il nuovo uragano abbattutosi su Gaza e sul popolo palestinese, ma ci manca, anche se compulsiamo paginate di giornali, la sua conoscenza, vasta e aggiornata “alla fonte”, delle premesse e delle condizioni attuali dalle quali è scaturita la rottura traumatica della pur sempre fragile e armata coesistenza.

Il “non detto” (o non dicibile), ad esempio – al quale l’Amico non si sottraeva in nome del politicamente corretto – e che potrebbe aiutarci a capire perché  lo scontro attuale, così somigliante, all’apparenza, al prevedibile, (anche se non databile, traboccare esplosivo di una pentola in pressione, in realtà  risenta di una  attesa-preparazione, da ambo le parti, dotata di obiettivi politico-militari freddamente meditati. Obiettivi residenti sulla scena internazionale e, in ispecie, sul teatro mediorientale in prolungata ebollizione. Ma questo è piuttosto noto e generalmente ammesso: messaggi traversi e cupe intimidazioni che si incrociano sulla testa delle prime linee, ove si contano i danni e le vittime dello scontro “locale”. Tra i vari “superiori interessi” in gioco, nei giorni scorsi si sono perfino annoverati gli appetiti sui vasti  giacimenti petroliferi annunciati al largo di Gaza.

Sono queste vaste prospettive geo-politiche ed economiche, prima ancora che militari, che consentono a qualche disinibito commentatore di sostenere che i palestinesi (in versione Hamas e dintorni) per quanto duramente colpiti e doloranti, in realtà starebbero vincendo – sul campo delle reazioni, o non-reazioni, internazionali al dramma di Gaza – il confronto con Israele, almeno quello virtuale. Difficile avventurarsi in una ridda di ipotesi che tra l’altro, al di là della loro consistenza, integrano e spostano continuamente il centro del discorso sulla tempesta in atto.

Tornando a don Walter, il suo ausilio sarebbe probabilmente assai utile a noi per capire, o quantomeno avvicinare, in questo frangente, le ragioni implicite dell’ala militante/militare palestinese  (ancorché frammentata e non costituente una precisa leadership politica) e della sua strategia interventista (strategia a perdere rovinosamente?) praticata con la falange israeliana. Nessuno, proprio nessuno, avrebbe potuto supporre che, ad un nuovo, specifico attacco-provocazione – le copiose salve di razzi  tirate un po’ a casaccio sul territorio israeliano – il Nemico Storico avrebbe opposto una ritorsione “proporzionale” cioè, nel caso, rumorosa ma di modesta efficacia distruttiva. Questa, infatti, della “risposta proporzionale” è una pia, giudiziosa illusione, oggi come ieri, nel conflitto arabo-palestinese contro Israele. Proprio perché la “sproporzione” è essa stessa la più nota e temibile arma di deterrenza, minacciata e usata dall’esercito di Davide (atomica finora esclusa, e speriamo che duri…).

Che Israele, ad un certo punto, si sarebbe mosso “a rullo compressore”, tollerando, se non proprio prevedendo, una tempesta di fuoco sulla Striscia di Gaza era scontato, così come era scontato/inevitabile il massiccio coinvolgimento, in termini di vittime e danni, della popolazione civile ivi stipata. Perché qualcuno – non evidentemente a livello di “cani sciolti” – ha dato fuoco alle polveri, nella certezza che il popolo di Gaza sarebbe stato (gli uni per gli altri?) duramente colpito di rimando, assieme alle sue già fragili strutture di sopravvivenza? Perché il costo “civile” di tale operazione – variabile sicuramente tra alto e altissimo/catastrofico – è stato assunto come “rischio calcolato/accettato”? Se si parla di  risposte sproporzionate, sarà pur lecito pensare a costi d’attacco sproporzionati, o no?

La psicologia  del profondo contempla variamente la propensione personale a farsi del male oppure il compiacimento nel riceverlo. Ma qui siamo in piena politica, in esemplare fenomeno collettivo: il perché del “conto” consegnato alla popolazione civile diventa perciò o troppo oscuro, o fin troppo chiaro.

Sovviene l’intervento di don Walter (in “Adista” del maggio 2012) già ricordato da Giorgio Barberis qui su “AP”, circa la differenza etico-politica fra Terrorismo e Resistenza, proprio riandando alla vicenda israelo-palestinese. La sensazione è che si dia oggi, con Gaza in fiamme, un “tertium” (programma, comportamento, tattica…) che trascende sia il terrorismo che la resistenza, come li conosciamo dalla storia recente, per il ruolo (un terribile ruolo mediatico?) da prima vittima designata consegnato alla inconsapevole comunità civile. Vedi magari al capitolo  di gran moda: “guerra teleguidata”.

Sentirei volentieri l’Amico in proposito. Ma non c’è più.

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