Ricatti e pressioni l’asse dell’energia tra Roma e Mosca comincia a incrinarsi (ANDREA GRECO).

EllekappaÈ il convitato di pietra, anzi d’acciaio, del vertice Asem. Dove s’è parlato molto di gas, ma pare che nessuno tra i protagonisti abbia osato buttare sul tavolo la rogna chiamata South Stream. «Troppo delicato affrontare il dossier in un contesto così ostile», dice chi conosce la diplomazia putiniana. Ma i tempi stringono: tra sei mesi il consorzio costruttore (tra cui Eni, che ha il 20% dei 931 chilometri di tubi sotto il Mar Nero) dovrà ricapitalizzare per una quindicina di miliardi, costo dell’impresa. «Eni non si sfilerà, ha tanti interessi in ballo come le commesse di Saipem – si dice a Mosca – e se lo facesse, Gazprom la rimpiazzerebbe domattina. Comunque faremo in ogni caso il South Stream: se i permessi in Bulgaria non arrivano ci sono diverse alternative al tracciato attuale».

In Italia questa sicumera attorno al tubo che da sette anni Vladimir Putin brandisce come arma geopolitica per aggirare l’Ucraina, non la si avverte più. Né all’Eni, partner originario del progetto, né al governo che manda segnali ondivaghi, preso tra l’incudine di non apparire filorusso e il martello di non irritare le diplomazie statunitensi ed europee. Sia Washington che Bruxelles criticarono l’iniziativa fin dalla sua nascita, con la tesi che South Stream acuiva la dipendenza dell’Europa da Mosca senza portare gas aggiuntivo (solo, e fino a 63 miliardi di metri cubi annui, il solito gas russo veicolato aggirando Kiev). Figurarsi oggi, con la tensione internazionale che monta e il bilaterale Putin-Merkel guastato dopo pochi minuti di richieste del primo di ritirare le sanzioni e della seconda di ritirare le truppe dal confine ucraino.
È crescente il laicismo dell’Eni, fin dal 2007 primo partner con un 50% nel consorzio, per poi vendere un 30% tra i francesi di Edf e i tedeschi di Wintershall. «È un investimento finanziario – dichiara l’azienda dell’Eur – monitorato per assicurarne gli obiettivi di disciplina finanziaria». Nel tempo il partner strategico è diventato “finanziario”. Nei corridoi Eni la sensazione è che a Claudio Descalzi, da cinque mesi ad del gruppo, il South Stream interessi poco. Dopo la rinegoziazione dei contratti di lungo termine con cui l’Italia compra da Mosca un terzo del suo fabbisogno di gas, la Russia appare più distante. A questi prezzi di greggio e gas, Eni si rifornisce più o meno in pareggio da Gazprom, mentre il crollo della domanda dopo la crisi (a fronte di costi rigidi) ha fatto perdere qualche miliardo. Anche un altro interesse parallelo potrebbe cadere: si tratta degli oltre 2 miliardi di commesse che Saipem ha già spuntato per realizzare l’opera. La costola ingegneristica dell’Eni, di cui il gruppo detiene un 43%, per Descalzi «non è più strategica», come dichiarato il 31 luglio. E probabilmente sarà ceduta all’estero nel corso del 2015. Anche per questo sfilarsi dall’iniziativa sarebbe possibile: ci sono peraltro clausole contrattuali che lo consentono. Il progetto infatti non sta rispettando le condizioni di autofinanziamento (senza garanzie dei soci), né quelle concorrenziali previste dall’Ue, che chiede a ogni nuovo gasdotto la separazione proprietaria tra chi la proprietà dei tubi e quella del gas. South Stream è, però, un tubo che va al disopra dell’Eni: è una mezza questione di Stato. Il governo Renzi, partito a supporto dell’iniziativa, si sta riallineando ai diktat europei, ribaditi dal commissario per l’energia Oettinger: «South Stream non è tra le priorità europee». E la nomina di Federica Mogherini a capo della diplomazia comunitaria l’ha portata a sposare tesi ostili al gasdotto, nel solco di quelle che la Commissione industria del Senato e il suo presidente Massimo Mucchetti (Pd) propugnano da tempo. Proprio il 4 novembre Descalzi sarà ascoltato in Commissione, nel quadro della verifica dei manager di partecipate dal Tesoro (al 30% nell’Eni). La Commissione, nel giudizio negativo sull’ex ad Eni Paolo Scaroni, pose tra gli argomenti la sua adesione al South Stream. Che di recente, anzi, Mucchetti ha proposto di boicottare come vera sanzione ai russi per i fatti ucraini.
Non è ancora chiaro come Mosca eserciterà il suo potere “di persuasione”, comunque calante per il peso delle sanzioni e per il calo brusco del petrolio che produce. Ma l’Italia, cercando il coraggio, farà bene a cercarsi fonti alternative. Come nuovi rigassificatori, il gasdotto azero Tap, una reale interconnessione tra i tubi europei. Più o meno la ricetta fornita ieri al Wall Street Journal da
Carlo Malacarne, ad Snam che da quando la società di condotte s’è affrancata da mamma Eni può focalizzarsi sulla creazione di una rete continentale.
Da La Repubblica del 18/10/2014.

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