Fanatismi, massacri e… silenzi

Il punto ● Gian Piero Armano

mosDa quando sui muri delle case e sulle proprietà dei cristiani di Mosul è apparsa la “N” scritta in arabo, è incominciata la caccia all’uomo da uccidere e da affamare. Quella “N”, lettera iniziale del termine “nazareno” usato per indicare i cristiani, ci riporta al buio degli anni ’30 del secolo scorso, quando gli ebrei in Germania e nei paesi occupati dal nazismo, erano costretti a cucirsi sugli abiti una stella gialla, segno di differenziazione e di umiliazione.

L’attività terroristica del fantomatico “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” (ISIS) ha imposto a tutti i cristiani che con coraggio hanno scelto di rimanere nel loro territorio, l’applicazione di una serie di norme fatali: non possono costruire nuovi luoghi di culto e di case religiose, devono lasciare ampia libertà ai loro congiunti se decidono di passare all’islamismo, non devono indossare abiti musulmani e darsi nomi musulmani, non possono esporre crocefissi e testi sacri, devono però versare la “jizya” – la tassa di capitazione – per ottenere protezione dallo Stato islamico.

Tali prescrizioni terroristiche hanno portato i cristiani iracheni ad un bivio: o emigrare o la persecuzione, e molti, per non trovarsi al bivio, hanno abbandonato la religione cristiana.

Alcuni commentatori ed osservatori si sono chiesti non solo fino a quando, ma fino a dove si svilupperà l’ondata di terrorismo che sta degenerando in genocidio, dato che sotto i colpi dell’ISIS cadono non solo i cristiani, ma gli sciiti del territorio iracheno e una parte della popolazione nigeriana per mano di Boko Haram.

C’è da chiedersi se l’attuale tragedia sia provocata soltanto da fanatismo religioso o se ci siano anche motivazioni politiche ed economiche che spingono lo Stato islamico ad allargare e a rendere sempre più crudele la persecuzione.

Certo è che motivazioni politiche ce ne sono, se non altro per il fatto che l’ISIS ha avuto le sue prime radici nel movimento di Al Qaeda e nel contatto con tre personaggi molto noti in fatto di terrorismo e di jihad: Osama Bin Laden, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri e Abu Musab al-Zarqawi. Si tratta di tre personaggi diversi fra loro, talvolta anche in conflitto, ma che hanno contribuito con le loro idee e con i loro comportamenti a costruire una parabola politica che dalla difesa dei territori abitati dai musulmani dall’ingerenza dell’Occidente, è passata all’idea di una guerra civile su larga scala e, da ultimo, alla necessità ci creare un Califfato islamico sunnita.

La progressiva mutazione politica – da Al Qaeda all’ISIS – si è valsa della debolezza della politica interna dell’Iraq, tamponata fin quando le truppe americane sono rimaste sul territorio.

Dal punto di vista economico occorre dire che l’ISIS non ha bisogno di essere aiutato da altri paesi in quanto, nel territorio dove sta operando, ha organizzato un mini-stato largo come Piemonte e Lombardia, raccogliendo denaro attraverso una specie di tassazione imposta. Ma non solo: l’ISIS si permette di vendere energia elettrica al governo siriano, prodotta da centrali sottratte alla Siria stessa, ed è in grado di esportare petrolio della Siria ottenuto con le conquiste militari, esportazione che potrebbe aumentare notevolmente se riuscisse ad impadronirsi dei pozzi sul territorio iracheno.

Il denaro quindi non manca all’ISIS, se può permettersi di pagare gli stipendi ai suoi miliziani molto più di quanto sia la paga percepita dai militari dell’esercito regolare.

Dal punto di vista religioso bisogna prendere atto della doppia anima presente nella realtà islamica: se, da un lato, c’è chi sostiene che l’Islam è contrario alla violenza e lo dimostra anche con i fatti, c’è però chi, come gli aderenti all’ISIS, ritengano che la violenza e il terrorismo di qualsiasi genere siano elementi essenziali per la testimonianza religiosa, soprattutto quando si individua un “nemico” da abbattere.

Questa posizione probabilmente nasce dal fatto che il credente musulmano si senta chiamato ad esprimere l’impegno personale per realizzare la volontà di Dio nella quotidianità, correndo il rischio di confondere la volontà di Dio con la sua. Per questo ci si deve porre alcune domande: è possibile che la volontà di Dio si manifesti nella coscienza del credente e gli indichi anche i minimi particolari per un comportamento che porta alla violenza più sfrenata? E a chi si oppone a questo modo di intendere la volontà di Dio, si può usare la violenza solo per  difendersi o anche per offendere?

Sono aspetti che lasciano molti dubbi, ma che contemporaneamente  evidenziano quanto l’elemento religioso si affianchi alle motivazioni di tipo economico, ideologico e politico che conducono alla violenza e al terrorismo.

Vorrei concludere riflettendo sulle reazioni espresse nella Chiesa e nel mondo occidentale di fronte all’ondata di violenza dell’ISIS. Mi è parso che ci sia stato un eccesso di prudenza negli atteggiamenti di alcuni personaggi della Chiesa nell’affrontare questa tragedia e nel condannarla e, soprattutto, si sia espressa attenzione al dramma dei cristiani perseguitati troppo tardi, quando la violenza è arrivata ad un punto di non ritorno.

Inoltre, in conseguenza di questo, anche l’intervento umanitario di aiuto per una popolazione allo stremo per mancanza degli elementi essenziali, sia stato organizzato un po’ troppo in sordina. Siamo di fronte ad una popolazione che rischia di scomparire e c’è un urgente bisogno di sostenerla, di accoglierla, senza mai perdere di vista l’importanza di sviluppare la cultura della pace, che si oppone in modo netto ad ogni forma di fanatismo religioso: la guerra, le teste mozzate, l’odio, la violenza gratuita non possono stare dalla parte di Dio e ogni volta che la dignità umana è aggredita, Dio lo si mette da parte.

E poi l’Occidente, di fronte alla tragedia dei cristiani iracheni, ha dimostrato la sua pochezza: se i rappresentanti dei paesi importanti si muovono, si incontrano e collaborano, non lo fanno perchè motivati da comuni visioni del mondo e della vita, ma per salvaguardare i legami finanziari ed economici del proprio paese. Certamente l’Occidente convocherà qualche riunione o lancerà qualche missile nei punti cosiddetti strategici,  saranno iniziative per tacitare la coscienza, ma serviranno ben poco per sostenere i cristiani in Iraq che stanno scomparendo.